“Se la Giordania non avesse partecipato saremmo diventati i traditori degli arabi”

Samir Mutawi: l’Egitto ci nascose di aver perso l’aviazione in poche ore
AFP

Un carrarmato israeliano sulle Alture del Golan nel 1967


Pubblicato il 03/06/2017
Ultima modifica il 11/06/2017 alle ore 02:30
gerusalemme

«In tutti i Paesi arabi la gente si riversava nelle piazze partecipando a grandi manifestazioni. Gli avvenimenti si susseguivano allora in modo molto impetuoso, il popolo arabo sembrava volere la guerra, non solo in Giordania ma ovunque: a Beirut, a Bagdad, a Damasco, a Riad. Persino Algeria e Marocco offrirono aiuti militari». Samir Mutawi, giornalista, accademico, ex ministro e confidente di Re Hussein, nella sua elegante casa di Amman ripercorre quei giorni drammatici. «Sembrava di essere travolti da un fiume in piena, tutti erano convinti che le forze arabe sarebbero state in grado di liberare la Palestina». 

 

Se Nasser non aveva intenzioni belliche, la Giordania fu trascinata nel conflitto, la Siria non era pronta. Allora com’è che si arrivò alla guerra?  

«Nasser, che ambiva a guidare il mondo arabo, non voleva la guerra, era un bravo manipolatore. La chiusura dello Stretto di Tiran, era una una manovra politica, un azzardo che gli sfuggì di mano e lo sviluppo degli eventi fece inevitabilmente scivolare la crisi verso il conflitto». 

 

Fra i leader arabi dell’epoca c’era una feroce competizione e una sincera mancanza di fiducia reciproca. Cosa spinse il suo Re ad aderire a quell’alleanza?  

«Chiesi personalmente a sua Maestà, dopo il conflitto, se avesse potuto evitare l’entrata in guerra della Giordania. “Eravamo a un bivio”, mi rispose, “combattere insieme agli altri arabi oppure rimanere fermi a guardare. Se avesse vinto il fronte guidato da Nasser i giordani sarebbero stati accusati di collaborazionismo e tradimento, al contrario se avessero perso avrebbero attribuito la sconfitta alla mancata partecipazione. La guerra era l’unica nostra scelta”». 

 

Dev’essere stato un colpo terribile per il sovrano l’esito della guerra. La sua dinastia dopo aver perduto i primi due luoghi santi dell’Islam come Mecca e Medina a favore degli Al Saud, aveva perduto anche il terzo: Gerusalemme.  

«Re Hussein il 30 maggio volò, guidando personalmente il suo Constellation, fino al Cairo per incontrare Nasser e firmò, pochi giorni dopo la Siria, un patto di mutua difesa. Con quest’accordo si impegnava a mettere la Legione Araba in caso di conflitto al comando di un generale designato da Nasser. Quando la guerra scoppiò - con quell’inizio tragico e travolgente per l’Egitto - il generale Abdel Moneim Riad si rifiutò di mettere in atto i piani per la difesa di Gerusalemme e della Cisgiordania che erano stati approntati dal nostro comando precedentemente». 

 

Nasser nascose al sovrano la realtà per i primi due giorni di guerra. Ad Amman non avevate altre fonti di informazione?  

«Mettendo la Legione araba sotto il comando egiziano avevamo perso anche le linee di comunicazione interne. Passarono 24 ore tra l’ordine di ritirata delle truppe egiziane nel Sinai e quando ciò venne comunicato al sovrano direttamente da Nasser. Fu un ordine sciagurato, senza un piano di ritiro, senza la minima organizzazione, che lasciò sola la Giordania». 

 

In che senso?  

«Mentre i nostri soldati stavano cercando di tenere delle posizioni in Cisgiordania e a Gerusalemme, il fronte egiziano si stava dissolvendo, la Siria non era mai davvero scesa in campo. L’esercito giordano era rimasto solo e iniziò a ritirarsi». 

 

La guerra più breve del XX secolo poteva durare ancor meno di sei giorni?  

«L’esito della guerra era già stato segnato nelle prime tre ore di conflitto con la distruzione al suolo delle forze aeree egiziane. Poi toccò all’aviazione giordana e infine a quella siriana, poco prima delle due pomeridiane del 5 giugno la forza aerea araba aveva già cessato di esistere. Non si vince una guerra senza il controllo dei cieli».  

 

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