“Pride Run”: è italiano il videogame più gay di sempre

Abbiamo parlato con i responsabili dello sviluppo del primo videogioco ispirato al Pride Arcobaleno: non è ancora distribuito ma fa già molto parlare di sè


Pubblicato il 28/11/2017

Dall’annuncio ufficiale a Lucca Comics sono iniziate le polemiche su Pride Run , videogioco in via di sviluppo, definito dai suoi stessi produttori come «il più gay di sempre». In realtà personaggi LGBT nei videogiochi, come ci spiega Luca de Santis di GeekQueer , responsabile della comunicazione e consulente per Pride Run, «ci sono sempre stati, benché secondari, nascosti, poco evidenziati, sottintesi o occultati, erano lì per gli occhi più attenti, per quei pochi che riuscivano a decifrare alcuni codici estetici o culturali».  

 

Dal 1986, nell’avventura testuale Moonmist, dove alcuni invitati a un matrimonio morivano per mano dall’amante gelosa della futura sposa, a Birdo, dinosauro rosa con fiocco rosso in testa di Super Mario Bros 2, passando per GTA IV The Ballad of Gay Tony, fino ai recenti successi di The Last of Us e Life is Strange , come ci fa notare de Santis, esiste «una cultura videoludica che appartiene alla comunità LGBT ed è bene che venga evidenziata e celebrata. Noi ci siamo sempre stati, è ora che la comunità dei gamer inizi a farsene una ragione, i videogiochi sono patrimonio di tutti»

 

 

Ivan Venturi, produttore e publisher, già responsabile di lavori fuori dal coro come Progetto Ustica e RIOT , con la IV Productions ha avuto l’idea di sviluppare un gioco sul Pride «perché non c’è niente del genere. Nel supersaturo mercato dei videogiochi indipendenti, quello dei giochi LGBTQI è un blue ocean». Eppure il Pride ben si presta alle meccaniche di un videogioco soprattutto con la grafica e la musica giusta ha grandi potenzialità su tutte le piattaforme. 

 

Così durante una sessione di live painting al Lucca Comics & Games del 2016, Ivan comunica a Giacomo Guccinelli, lead artist del progetto, che ha intenzione di produrre un titolo sul Pride, assicurandosi la sua piena adesione perché, come sottolinea Giacomo, «Unisce le mie più grandi passioni, sviluppare giochi e la militanza per la tutela e promozione dei diritti umani, nel caso specifico, della popolazione LGBTIQ»

 

Guccinelli inizia così a lavorare all’estetica di Pride Run, «quando parliamo di Pride, ci confrontiamo con una galassia eterogenea e modalità diverse di vivere l’evento. Lavorare come lead artist di Pride Run è molto divertente, ma prima di tutto è una grande responsabilità. Significa dare una veste grafica a un prodotto in grado di promuovere una visione politicamente positiva delle realtà LGBTIQ e di importanti momenti rivendicativi della storia dei movimenti di liberazione sessuale. Significa trovare forme e colori che ne consentano la riconoscibilità e il valore senza rinunciare o tagliare fuori parti dell’articolato universo LGBTIQ». 

 

 

Pride Run ha forti citazioni alla coloratissima produzione beat’em up e platform 16 bit Anni 90, un’estetica visiva che fa notare Guccinelli, «già al tempo era quella di un Pride ante litteram. Una buona via per rappresentare la varietà di un mondo eterogeneo, dipinto in modo puntuale ma leggero attraverso una poetica visiva dell’utile dulci che permetta di vivere momenti storici salienti con auto-ironia e leggerezza». 

 

Gli scenari del gioco attualmente in produzione sono otto, San Francisco, il primo Pride italiano di Pisa, Berlino, Mosca, Madrid, Tokyo, Istanbul e Stonewall. La scelta, spiega Ivan Venturi, è dovuta a «ragioni di attualità e importanza dei reali Pride come quelli di San Francisco, Berlino e Madrid, o il peso storico come quello del 1979 a Pisa, dove si vedrà anche la Torre. Altri Pride sono ideali e la loro repressione ha un intento politico, come Stonewall, quando Sylvia Rivera lanciò una scarpa con il tacco contro la polizia di New York». 

 

In Pride Run c’è spazio anche per la Mosca di Putin, dove l’obiettivo non sarà far ballare il pubblico festoso, ma avanzare nonostante la repressione della polizia. O la festa governativa di Tel Aviv, animata quasi esclusivamente da maschi israeliani. Ma Anche negli stage estremi, come la Istanbul di Erdogan, c’è la leggerezza della musica che nel gioco ha un ruolo fondamentale. 

 

Responsabile della colonna sonora di Pride Run è Mauro Copeta del progetto clubbing Hard Ton. Mauro spiega che «ogni livello è ambientato in una città diversa, a volte in un periodo storico preciso, o con una connotazione estetica particolare. Questo dà chiaramente una direzione musicale da seguire. Ad esempio Pisa sarà ambientata ai tempi del primissimo Pride italiano nel lontano 1979, di conseguenza il sound non potrà essere lo stesso di quello creato per Berlino, città dal clubbing estremo e raffinato allo stesso tempo, o di quello per Tokyo che avrà sfumature più pop in stile manga». 

 

Copeta confessa di non essere un videogiocatore, il suo modo di affrontare la creazione musicale del gioco resta vicino al suo progetto di house music Hard Ton, il cui cantante, Max, sarà anche uno dei personaggi di Pride Run e presterà spesso la voce per diversi brani presenti nel videogame. 

 

La componente di attualità di Pride Run non risiede solo nella ricerca delle sonorità o nella rappresentazione di location simboliche per le tappe di affermazione del movimento LGBT, oltre a Max di Hard Ton, nel gioco sarà ben riconoscibile il presidente Donald Trump, emblema del machismo Yankee. 

 

 

Maschi, bianchi ed eterosessuali, così sono la maggior parte degli eroi nei videogiochi. Ci spiega Luca de Santis che se parliamo d’estetica, «purtroppo fin dagli Anni 80 la radice omoerotica è comune nella rappresentazione della fisicità maschile nei videogame. Se penso ai pettorali ipertrofici di Contra o ai fisici anabolizzati di Altered Beast calati in un ambiente buio e solo maschile come era quello delle sale giochi, non trovo molte differenze con quello di un bar gay dell’epoca». 

 

Ma i cambiamenti sono già visibili e inevitabili, l’elemento dell’identità fluida, del queer o dell’orientamento sessuale sta offrendo nuovi strumenti per descrivere personaggi sempre più profondi e aderenti alla nostra contemporaneità, Luca fa notare che «Max e Chloe di Life is Strange, oppure Tracer di Overwatch, sono solo due esempi di come la rappresentazione LGBT, se usata nel modo giusto, possa scardinare molti stereotipi»

 

Scardinare gli stereotipi non è un’operazione culturale semplice. Nessuno sorriderebbe in modo sarcastico sentendo dire che The Sims è «il videogioco più femminile di sempre», o che Call of Duty è «il titolo più americano di sempre», ma definire Pride Run come «il videogame più gay di sempre», ha innescato la polemica online. Bagarre alimentata da una popolazione di videogiocatori refrattaria a qualsiasi tipo di cambiamento. Un gruppo che desidera abbeverarsi alla fonte dei canoni estetici riconoscibili, rassicuranti, immutabili e terribilmente noiosi ed è per questo motivo che Pride Run è un progetto importante, non solo nel panorama italiano. 

 

 

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