Dieci anni al boss della mafia nigeriana: ospitava le riunioni in una casa di Novara

Nel 2016 l’inchiesta portò a 44 arresti in diverse città del Piemonte. La difesa ricorrerà in appello

Una foto che documenta la riunione del 31 marzo 2013 in viale Dante a Novara. Il gruppo esce dalla casa di Nosayaba Kingsley


Pubblicato il 13/01/2018
NOVARA

La mafia nigeriana aveva un capo a Novara. Lo sospettavano le forze dell’ordine di Torino, che nel settembre 2016 avevano eseguito 44 arresti e perquisizioni anche in altre città del Piemonte, e ora lo dice anche un giudice. Ieri, infatti, Nosayaba Kingsley Iyare detto «Aye», 44 anni, magazziniere al polo logistico dei supermercati a Biandrate, è stato condannato con rito abbreviato a 10 anni di carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso e alcuni reati satellite, come le lesioni e la falsificazione o clonazione di carte di credito. Difeso dall’avvocato Wilmer Perga, è l’imputato cui è stata inflitta la pena più elevata. Complessivamente ci sono state 21 condanne per un totale di circa 140 anni e un’assoluzione. La difesa ha già annunciato appello.  

 

L’INCHIESTA - Mafia nigeriana, una base era a Novara: 44 in manette  

 

Il gup di Torino ha riconosciuto Iyare come personaggio al vertice, oltre ad affermare la mafiosità dei suoi rapporti con gli altri componenti del gruppo «Maphite» e la transnazionalità dei legami con la «casa madre» in Nigeria. E’ stata esclusa solo la tesi che si trattasse di un gruppo armato: gli ipotizzati ordini di armi dalla Calabria, contestati dalla procura, non hanno trovato riscontri. Secondo la ricostruzione fatta dagli investigatori durante l’operazione «Athenaeum», il nigeriano residente a Novara - per cui il pm Stefano Castellani aveva chiesto 11 anni e 4 mesi di carcere - aveva ricoperto il ruolo di «chairman», presidente di riunione, in un summit svoltosi a Bologna il 21 settembre 2013. E in passato aveva svolto anche il ruolo di «don» proprio a Novara. L’uomo ha ammesso la partecipazione ai «secret cult», incontri dove gli individui si riuniscono periodicamente e sotto giuramento danno vita a un legame sociale di impegno e dedizione per il bene dell’organizzazione. Ma ha negato che il gruppo commettesse reati: «Siamo un’associazione di mutuo soccorso», hanno detto i nigeriani anche durante il processo.  

 

DUE BANDE  

Durante l’inchiesta erano state individuate due bande, gli Eiye e i Maphite, nate negli ambienti universitari nigeriani. Novara ospitò riunioni logistiche di entrambe le bande, il 31 marzo 2013 quella dei Maphite in viale Dante, a casa di Iyare, e il 15 marzo 2014 quella degli Eiye. Nella riunione dei Maphite era stato scelto il coordinatore per Piemonte-Lombardia. Secondo l’accusa, l’esponente novarese è anche responsabile di spedizioni punitive a Torino, con tanto di bastoni o bottiglie, nei confronti di persone scomode o che non volevano soggiacere alle direttive del gruppo. Il legale dell’imputato aveva chiesto l’assoluzione: «Siamo nel campo degli automatismi: il far parte di un gruppo non vuol dire essere mafioso». E l’essere indicato come capo ai convegni «è soltanto una questione anagrafica: negli incontri fra nigeriani il più anziano dirige i lavori. E Aye lo era». 

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