La “guerra dei rifiuti”, 261 roghi in 3 anni

La Commissione bicamerale d’inchiesta termina il suo lavoro. Impianti sovraccarichi, risposte giudiziarie poco incisive e scarsi controlli sono alla base di un fenomeno sempre più allarmante


Pubblicato il 18/01/2018
Ultima modifica il 18/01/2018 alle ore 12:21

Più di 250 incendi dal 2014 ad oggi, oltre 80 l’anno, con una concentrazione del 47,5% nel Nord Italia. E’ in atto una guerra dei rifiuti? In effetti è stata definita proprio in questo modo l’escalation dei roghi negli impianti di trattamento, selezione e riciclo. Ma forse sarebbe più opportuno parlare di “guerra alla differenziata”, se si considera che le fiamme sono divampate nel 90% dei casi all’interno di impianti a tecnologia evoluta, e solo nel restante 10 nelle discariche. 

 

I dati emergono dalla relazione finale sul tema presentata dalla Commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti guidata da Chiara Braga (PD), il primo monitoraggio su scala nazionale effettuato incrociando i dati delle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente e delle Procure della Repubblica. Un lungo e accurato lavoro che ha finito per confermare l’ipotesi iniziale: è necessario affrontare la questione come un fenomeno articolato e non come un insieme di singoli episodi; il che “sposta l’attenzione dal tema classico della combustione illecita, oggetto di provvedimenti legislativi ah hoc, al tema dell’interdipendenza tra eventi incendiari e mancata corretta chiusura del ciclo dei rifiuti”. 

 

 

Negli ultimi anni si contano ben 261 casi, in costante aumento dai 42 del 2014 ai 72 del 2017 (nel solo periodo compreso tra gennaio e agosto): dallo scorso mese di maggio nel Pavese sono andati a fuoco 5 capannoni industriali di stoccaggio, mentre la Liguria conta ben 8 roghi in due anni. Il 47,5% degli eventi si è registrato al Nord, il 16,5 al Centro, il 23,7 al Sud e il 12,3 nelle Isole; il settentrione conta ovviamente una maggiore presenza di impianti, ma il dato “indirettamente conferma l’inversione del flusso dei rifiuti rispetto a storiche emergenze che in passato hanno colpito le regioni meridionali”: il Nord, in pratica, è diventato attrattivo per alcune filiere di rifiuti differenziati raccolti in altre zone della Penisola. 

 

 

A fronte di questi numeri crescenti, la risposta giudiziaria “risulta non omogenea e non particolarmente incisiva negli esiti”. Almeno il 20% degli episodi sono di natura dolosa e circa la metà dei roghi ha dato vita a procedimenti penali a carico di ignoti, che nella quasi totalità sono rimasti tali fino all’archiviazione; solo in 5 casi si è proceduto per incendio colposo, mentre le altre volte le fiamme sono state la conseguenza di una non regolare gestione degli impianti dei rifiuti. C’è poi una “cifra oscura”, ha sottolineato la Braga, che si annida nella “gestione domestica” di alcuni eventi da parte delle aziende stesse, che non hanno coinvolto i Vigili del Fuoco né gli organi di controllo ambientale.  

 

 

Ma non è facile comprendere a fondo cosa si nasconda dietro questo fenomeno. La carenza impiantistica è senza dubbio un fardello importante, insieme alla fragilità dei sistemi di sorveglianza degli impianti stessi e alla rarefazione dei controlli, che favoriscono situazioni di sovraccarico o di stoccaggio di codici CER senza le adeguate autorizzazioni. In quest’ottica, un peso non indifferente l’ha ricoperto “l’effetto Cina”, ovvero la decisione di Pechino di chiudere le frontiere ai rifiuti esteri: fino allo scorso anno Pechino importava il 56% della plastica mondiale e ora molti impianti si ritrovano a dover gestire una mole di rifiuti eccessiva rispetto alle proprie capacità. E come ha evidenziato Laura Puppato, potrebbe esserci anche una correlazione con la Legge sugli Ecoreati: “I roghi liberatori sono diventati la soluzione più facile rispetto a quello che un tempo veniva risolto attraverso lo smaltimento illecito”. Gli incendi, insomma, sono spesso “episodi spia” di problemi più complessi, che vengono risolti cancellandoli con le fiamme. 

 

Il lavoro della Commissione bicamerale potrà costituire una buona base di partenza per l’operato del prossimo Governo. Che dovrà iniziare a lavorare sulle criticità evidenziate dalla relazione, a partire dalla disomogeneità della risposta investigativa e giudiziaria: riuscire ad innalzarne la qualità rappresenta un tema centrale, insieme a maggiore efficacia dei controlli in sede amministrativa. Sarà importante inoltre accrescere la capacità di coordinamento dei soggetti pubblici coinvolti nelle autorizzazioni, giungendo al contempo a una visione integrata dei problemi ambientali connessi alla chiusura del ciclo dei rifiuti. Perché - come ha evidenziato la Braga - che dietro al fenomeno si nasconda o meno la criminalità organizzata è da verificare con le indagini, “però che ci sia una zona grigia di cattiva gestione del ciclo dei rifiuti, questo è certo”.  

 

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